33. L’unica certezza

La riunione era proseguita ancora per un po’.
Il professore era intervenuto dopo l’astronoma e si era dilungato portando diversi esempi di quella che lui aveva definito “archeologia misteriosa” per dimostrare che, nel passato, la Terra era stata più volte visitata e abitata da viaggiatori extraterrestri.
Viaggiatori che, a quanto pareva, stavano per tornare o, almeno, questo ci sembrava di poter presumere dal senso del messaggio: ci siamo ancora, aspettateci, ci stiamo avvicinando con il nostro Pianeta Nove.
Ora i capi della missione si stavano confrontando per decidere il da farsi: rispondere al messaggio?; renderlo noto a ogni abitante della Terra?; ignorarlo e far finta di nulla?

Mentre loro discutevano, io prendevo un po’ d’aria sul ponte.
Era una notte limpida e piacevolmente fresca.
La Luna sembrava enorme; l’oceano infinito; Tenerife bellissima e selvaggia.
Io non ero sereno.
No.
Io continuavo a farmi domande. Sempre le stesse.
Che avrei fatto io? Con Friedrich, Paul, il messaggio?
E se le mie decisioni sul messaggio fossero state in contrasto con quelle dei capi? Che avrei fatto?
Mi rendevo conto che Friedrich e Paul, nella loro posizione di subalterni, avrebbero dovuto semplicemente ubbidire agli ordini dei loro superiori. Ma io? 
Io, nella condizione in cui ero, avevo ancora un pieno potere decisionale?
Ma, poi, precisamente, in che condizione ero davvero?
E cosa volevo veramente oltre al calore dei corpi di Friedrich e Paul?

Sì, perché l’unica certezza che mi era ben chiara era che io quei due corpi li desideravo. Costantemente.